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Da sabato 27 aprile a domenica 28 aprile

A UN METRO DA TE


Stella ha una malattia genetica, la fibrosi cistica, che la costringe a lunghi periodi di degenza ospedaliera, nella speranza di un trapianto di polmoni. Stella ha anche molto coraggio e un passato che la obbliga a restare aggrappata alla vita, curandosi con estrema diligenza e aggiornando il suo vlog perché altri possano seguire il suo esempio. Will, invece, è nuovo nel reparto ospedaliero, la sua forma di fibrosi cistica è grave e lui non trova un motivo per illudersi di poter vivere. Almeno finché non si innamora di Stella. A quel punto tutto cambia, perché anche se non possono abbracciarsi né baciarsi, e sono costretti a stare ad un metro di distanza l'uno dall'altra, Will e Stella sono determinati a trovare il modo di stare insieme.

Tornano Romeo e Giulietta e la loro frettolosa e struggente storia d'amore adolescenziale, paradigmatica nella semplicità della granitica premessa, imperitura per definizione, perché l'amore a quest'età ha l'intensità della morte, la sua necessità e assolutezza.

Ma più ancora che agli amanti tristi di Shakespeare, i protagonisti di A un metro da te riportano alla mente quelli di Titanic, col loro primo incontro durante il tentato suicidio di Rose (qui invece è Will in posizione pericolosa) e la promessa che Jack le strappa di poterla disegnare, ponendo le basi sulla carta di un processo di fissazione dell'amata che strizza l'occhio al dispositivo cinematografico che lo contiene. Stella e Will, però, sono anche ragazzi di oggi, che si fanno compagnia tramite lunghe videochiamate, si cercano e si negano via whatsapp, pranzano, studiano e si confrontano via smartphone anche se le loro stanze affacciano sullo stesso corridoio.

Il film di Justin Baldoni ha il merito indiscutibile di non fare della malattia un espediente superficiale, e di descrivere la quotidianità dei giovani pazienti e le piccole strategie di sopravvivenza alla prigionia ospedaliera col giusto spirito e un punto di vista tutto interno ai personaggi, che lascia gli adulti fuori dai confini del loro mondo. Ma forse è anche di un'altra infermità che parla, tra le righe, molto più comune e diffusa.

Tramite il racconto di una coppia di innamorati a cui è negata la possibilità del contatto fisico, il film invita a suo modo a riflettere su una contemporaneità che lo evita per prassi, in maniera spesso automutilante. L'invito a scegliere la vita, che vent'anni fa ebbe il suo manifesto sarcastico in Trainspotting, e più recentemente è passato dalle contraddittorie pruderie della saga di Twilight, oggi si configura come un invito a tornare ad apprezzare lo scambio fisico, nella sua funzione affettiva prima ancora che sessuale.

Sfortunatamente, il secondo tempo perde la bussola del realismo e si risolve in esagerazioni narrative e passeggiate nei clichés del genere teen-drama, con furti a man bassa dai suoi risultati migliori (da Restless Baldoni prende una nota inquadratura dall'alto, così come l'idea di far incontrare i due davanti alle culle del reparto di neonatologia, perfetto corrispettivo delle cerimonie funebri del film di Van Sant). Ma una menzione di merito va ai due protagonisti, Haley Lu Richardson e Cole Sprouse: vengono dal piccolo schermo, ma convincono anche sul grande.

Potete visualizzare la scheda completa cliccando qui
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