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Cinema / GLI SDRAIATI

GLI SDRAIATI


Da sabato 02 dicembre A domenica 03 dicembre


Giorgio Selva, celebre giornalista televisivo, 'condivide' un figlio con la ex moglie, architetto che non lo perdona e non perdona gli skyline che rubano spazio al cielo. Tito, diciassettenne dinoccolato, ciondola tra casa e scuola dribblando l'azione incalzante del padre e avanzando in bicicletta sulle fasce della vita. Porta e rete sono ancora lontane ma Tito riceve giorno per giorno palle da giocare e rilanciare a una banda scriteriata di amici. Sentimenti da esplorare, gelosie da consolare, padri da evitare, nonni da abbracciare, Tito prende tutto con l'inerzia vitale dei suoi pochi anni. Oscillando tra la spinta a sgridarlo e quella a soccorrerlo, Giorgio lo marca stretto alla ricerca irriducibile di una nuova intimità sotto le felpe lanciate, lo yogurt iniziato, la luce mai spenta, il dentifricio mai chiuso. Sotto la forza pulsionale di un corpo che spinge alla vita. Ma spinge a modo suo.

È un cinema gentile, quello di Francesca Archibugi. Gentile e delicato. Pieno di sfumature, piccoli cenni, note ai margini, fili per tenere, per lasciare, per mettere insieme. Legare senza nodi i trasalimenti e le fragili esperienze su cui tutti ci addestriamo a vivere.

Per molte ragioni, ma soprattutto per questa è l'autrice più indicata a mettere in immagini l'imperdibile libro di Michele Serra ("Gli sdraiati"), testimonianza singolare di un padre davanti all'enigma del figlio. E l'enigma inquieta Giorgio dentro un film orizzontale che riflette sullo smarrimento di ogni senso di verticalità e ritrova lo scarto simbolico che distingue i figli dai genitori. Liberamente ispirato al 'romanzo' omonimo, che esprime un solo punto di vista, Gli sdraiati concede la replica alla generazione 'stesa sul divano'.

Perché i film di Francesca Archibugi non prescindono mai dalle "persone di pochi anni". Il contraddittorio, incarnato con elettrico stupore da Gaddo Bacchini, sbilancia il film, sovente in affanno nel tentativo di interpretare una prossimità fino a ieri sconosciuta. La sceneggiatura di Francesca Archibugi e Francesco Piccolo non riesce a definire e a integrare sullo schermo il cambiamento epocale avvenuto tra padri e figli, nondimeno si prende il rischio premuroso di interrogarlo. Da una parte c'è il corpo che sgomita di Tito, dall'altra quello che accoglie (al ritorno) di Giorgio. Da una parte l'illimitatezza del figlio, dall'altra l'incombenza della fine che rivela al padre. Il genitore di Claudio Bisio, istrione abile a celare pudicamente l'angoscia del personaggio che abita, osserva la vita di Tito crescere e farsi ai suoi occhi sempre più misterioso. Il figlio di Gaddo Bacchini, mistero minaccioso e insieme fulgido e fecondo, vive anarchicamente nel suo godimento autistico, frustrando ogni possibilità di dialogo. Tito non parla e porta con sé, come ogni figlio, un segreto inaccessibile.

Tito appartiene a un altro mondo. Un mondo che sembra chiuso allo scambio e a cui Giorgio guarda senza giudizio ma col desiderio divorante di una condivisione empatica. Infinitamente diversi e incomprensibilmente uguali, padre e figlio condividono una vicinanza senza comunione. E Giorgio non si rassegna al rumore di quella differenza inesprimibile. Ma poi qualcosa accade, lo sdraiato, apparentemente indifferente alla nostalgia lirica del padre, sente la 'voce del sangue', la fitta che chiama dall'interno, e chiama e chiama fino a quando Tito si decide ad ascoltarla e a seguirla lungo un sentiero di montagna. E sul Colle della Nasca il figlio doppia il padre sancendone il tramonto inevitabile e tracciando l'inaspettata chiamata verso la vita adulta. Lassù Tito porta con sé e le sue scarpe sbagliate, l'irriducibile differenza della sua generazione e la qualità inafferrabile della sua esistenza.
Con buona pace di Giorgio che lo guarda come qualcosa di irraggiungibile, arrendendosi finalmente a una forza che non può più governare. Stupito davanti alla sua bellezza, come di fronte al suo disordine e alla sua indolenza ciondolante. Ancora una volta Francesca Archibugi scommette sulle famiglie dimezzate, alternative, decentrate, crede in una rete di affetti correlati tra loro che riescono a delineare un percorso di formazione di cui il nonno di Cochi Ponzoni è la linea portante, l'emozione discreta.

Potete visualizzare la scheda completa cliccando qui

ORARI:
Sabato: ore 21:00
Domenica: ore 16:15 - 21:00
Durata del film: 103 minuti
Biglietto per Adulto € 5,50
Biglietto per Bambino (fino a 12 anni) € 3,00

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